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STORIA POSSEDIMENTO

STORIA

Non si hanno notizie certe sul territorio di Aliminusa prima del 1600, in quanto, esso ricade in una zona tra le meno densamente popolate della Sicilia fino a quella data.
Il territorio è però riportato in una carta geografica del 1400 custodito negli uffizi fiorentini con il nome " TERRAE HARMINUSAE ", segno questo che avrebbe avuto una qualche rilevanza, si suppone economica. ( ente per gli usi civici in Sicilia.).
Fino agli inizi del 1600 il territorio apparteneva alla contea di Sclafani Bagni (centro di origine medioevale attestato ad altitudine elevata) ed era attraversato da una vasta rete trazzerale, in adiacenza delle quali vi erano stati costruiti abbeveratoi e alcune masserizie.
Detti edifici servivano prevalentemente per ricovero di animali e persone e per deposito temporaneo dei prodotti della terra, vista la notevole distanza tra le varie parti del territorio di Sclafani, centro questo ove avevano residenza i proprietari dei diversi feudi, e che fungeva come punto di raccolta.
I primi proprietari dell'attuale territorio comunale di cui si ha conoscenza è stata la famiglia Peralta dei Conti Luna.
Agli inizi del 1600, non esisteva ancora l'abitato, quando i conti Luna condussero una sanguinosa e lunga lotta con i Perollo di Sciacca che terminò nell'eccidio rimasto tristemente famoso nella storia di Sciacca e durante la quale molti membri delle due famiglie furono uccisi. ( ing. Massaro).
In seguito il territorio fu venduto ad Antonio di Aragona e Moncada e nel 1625 come per atto del notaio Guarino Vincenzo di Palermo fu acquistato da Gregorio Bruno.
Il 22 novembre 1635 Gregorio Bruno chiese ed ottenne la licentia populandi per fondare l'attuale paese al quale impose il nome S.Anna.
E' nello stesso periodo che nella Sicilia Occidentale furono fondati numerosi centri, (209) e tra questi quelli immediatamente adiacenti ad Aliminusa, e cioè Cerda, Montemaggiore Belsito, Alia e Sciara.
Tutto ciò è stato determinato da un aumento consistente della popolazione e dalla necessità di mettere a coltura nuove terre e quindi favorire lo spostamento della popolazione nelle zone meno densamente popolate.
Nello stesso periodo il capoluogo, Palermo, raggiungeva una dimensione urbana rilevante.
Si ritiene interessante riportare come il Mack Smith descrive la creazione di questi nuovi centri; egli scrive " ottenuta una licenza, il proprietario avrebbe costruito delle case, quasi certamente una chiesa, e, in genere un mulino e presse olearie per uso comune. Gli abitanti del villaggio ottenevano alcuni diritti come l'uso dell'acqua , del legname ( ad Aliminusa i cittadini avevano il diritto di far legna in un bosco di proprietà del barone ) e in cambio i coloni dovevano provvedere al mantenimento della chiesa e del prete , dovevano sei camere al Barone e pagare le gabelle ."
Creare un nuovo borgo comportava in ogni caso un rischio economico rilevante per i fondatori, in genere feudatari o baroni, rischio che si cercò di compensare garantendo un aumento di potere in seno al parlamento siciliano e un'autorità assoluta all'interno di tutto il territorio dei nuovi centri.


L'esercizio del potere da parte dei baroni si esercitava anche con la possibilità di amministrare la giustizia a propria discrezionalità, senza cioè dover rispettare nessuna legge, fino ad arrivare ad avere il potere di decretare la pena di morte con l'istituto del " mero e misto imperio".
Dell'istituto del " mero e misto imperio " i baroni di Aliminusa succedutesi nel tempo avevano facoltà, e detto diritto era riportato negli atti di vendita della baronia (vedi atto 17 giugno 1676 in notaro Abbate e La Mantia di Palermo - archivio di Stato - Gancia - inventario 131).
Tra i diritti, costituenti i privilegi e l'usanza dell'epoca ci sembra interessante riportare l'uso dell'immunità penale detta "velo misto".
Per esercitare questo diritto furono costruite tre nicchie situate ai piedi dell'alto e grosso muro di cinta del baglio baronale, ove, chiunque poteva rifugiarsi, ottenendo, non appena raggiunte le nicchie, l'immunità penale, la non perseguibilità di reati commessi in altre baronie e l'impossibilità da parte di eventuali inseguitori di trarli in arresto o di esercitare qualsiasi forma di giustizia, che da quel momento passava per diritto al barone.
A Gregorio Bruno successe il figlio Giuseppe; questi vendette il feudo al celebre giureconsulto Catanese Mario Cutelli Conte di Villarosata, con atto del notaio Pietro Cadorna di Palermo (23 aprile 1652).
Il Cutelli fece costruire la chiesa e stabilì un legato di maritaggio in favore degli abitanti, come si evince dal suo testamento del 29 agosto 1654, ove disponeva altresì che in qualunque tempo fosse mancata la linea maschile, il territorio di Aliminusa dovesse andare in beneficio ad un istituto di educazione da fondarsi a Catania.
A Mario Cutelli successe il figlio Giuseppe, che fu anche signore di Valledolmo, e poi Antonio e Giuseppe Giovanni, nel periodo che va dal 1656 al 1747.
Questi ultimi nominarono amministratore del feudo Don Gerolamo Marchesano di Montemaggiore, predicatore famoso, che esercitava anche le funzioni di Vicario.
Alla morte di Giuseppe Giovanni Cutelli, non avendo avuto quest'ultimo eredi, il feudo passò sotto il controllo dell'erigendo istituto che prendeva il nome di Cutelli , ancor oggi esistente.
Il 17 luglio 1749, per atto enfiteutico del notaio Vincenzo arcidiacono di Catania , Aliminusa era concessa dal vescovo Monsignor Galletti , quale fidecommissario della volontà del Cutelli in enfiteusi ad Ignazio Vincenzo Paternò , principe di Biscari , il quale la cedeva poi nel 1766 a Gerolamo Recupero Bonaccorsi e il 17 giugno 1796 , come per atto del notaio Abbate e La Mantia alla famiglia Milone per ventisettemilacento onze.
I Milone rimasero baroni fino al 1812 , quando fu abolito il feudalesimo in Sicilia e Aliminusa divenne libero comune.
Detta abolizione fu però solo formale, in quanto i discendenti del capostipite della famiglia, Emanuele Milone, influenzarono pesantemente e per potere economico e per influenza politica, fino alla fine della seconda guerra mondiale, la comunità di Aliminusa, pur perdendo alcuni privilegi dovuti al feudalesimo.


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